
Pasquale Cafaro, una prestigiosa carriera alla corte di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie
29 Marzo 2025Per poter acquistar nome in un più vasto spazio, che non era il suol natio molti giovani del sud dovevano recarsi in uno dei Conservatori di Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, per studiare musica o per completare gli studi. Perché San Pietro in Galatina varcasse i confini del Regno, ci pensò la musica di Pasquale Cafaro, il cui nome viaggia tra i personaggi più eminenti del Settecento, quali ad esempio: Giuseppe Mercadante, Giovanni Paisiello, Niccolò Piccinni e Leonardo Leo, che fu anche suo maestro. Inoltre il Cafaro si colloca a pari livello dei maggiori compositori settecenteschi napoletani di musica sacra, come Domenico Cimarosa, Giovan Battista Pergolesi e Francesco Durante.
Dai registri di battesimo conservati nell’archivio della nostra Matrice, che ho potuto consultare grazie alla collaborazione di don Antonio, è emerso che Francesco Pietro Paschale (il nostro Pasquale) nacque il 1° febbraio 1708 da Giuseppe e Isabella Bardaro e fu battezzato a dì 5 dal Reverendo parroco Don Giuseppe Tommasi. Risulta inoltre che compare fu Andrea Galluccio e comare Domenica De Pietro. Pertanto le varie supposizioni sulla reale data esatta della sua nascita credo siano definitivamente sfatate. Altra nota da chiarire è che il nostro compositore non è il Caffariello, come molti studiosi sostengono, ma è solo e soltanto Pasquale Cafaro.
Ad onor di cronaca il cosiddetto Caffariello è Gaetano Majorano (Bari, 1703 – Santo Dorato, 1783) mezzo soprano evirato, nato a Bitonto nel 1710 e morto a Napoli nel 1783. Forse la contemporaneità dei due può aver ingenerato questa confusione, perché il maestro scopritore del Majorano fu tal Cafaro (Domenico e non Pasquale), cosicché Gaetano prese, per riconoscenza, il soprannome di Caffariello.
Dal Catasto onciario (1754 A.S.L.) di San Pietro in Galatina, alla carta 599, si legge che la famiglia d’origine, oltre a possedere diverse proprietà, aveva intitolata a suo nome una contrada e in più alcuni familiari erano anche ecclesiastici, come ad esempio il reverendo don Felice, Pascale maestro di cappella, cioè il nostro; Angela, sorella, che era monaca ed infine il reverendo don Giovanni Angelo Cafaro, che era uno zio. Si legge, infine: “Felice abita in casa propria. Possiede un pezzo di terra con orto uno e mezzo di vigna a santo Sebastiano; un pezzo di terra con orte 4 di vigna e orte 4 di terra seminatoria allo Inchianà; una casa affittata”. Questo spiega, forse, perché tra le opere del Cafaro domina la musica sacra.
Prima ancora di essere l’esimio compositore, Pasquale era stato indirizzato dai genitori agli studi del diritto, o, secondo alcuni studiosi, allo studio delle scienze. Dopo essersi laureato (la laurea era un ornamento prestigioso per tutta la casata), poiché egli non era predisposto per le aule forensi e sentendo in sé la passione per la musica, fu inviato a Napoli ed accolto dal marchese di Odierna e il 16 dicembre del 1735, davanti al notaio Giovanni Tufarelli, stende un atto che gli consentiva, una settimana dopo, di entrare come figlio alunno del Conservatorio di S. Maria della Pietà dei Turchini. Data l’età del galatinese, ventisette anni, dichiarava di avere diciotto anni e si impegnava per questa ammissione a pagare docati dodici e a servire, come musico, per cinque anni tanto nella Chiesa del Conservatorio, quanto in tutte le altre missioni, e processioni che si fanno per dentro e fuori Napoli…
È da precisare che il termine Conservatorio, nel XIV e XV secolo, non era ciò che oggi si intende, cioè il luogo dove si insegna la musica nelle sue varie branche, ma era semplicemente un istituto di beneficenza e carità, dove i trovatelli, i poveri o gli orfani venivano “conservati” negli asili, ospizi, orfanotrofi e coloro che avevano la predisposizione venivano avviati, oltre che all’istruzione primaria, alla cultura musicale. In seguito furono ammessi altri allievi e così questi istituti benefici si trasformarono in vere e proprie scuole musicali. Celebri i quattro Istituti di Napoli: il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, quello di Santa Maria di Loreto, della Pietà dei Turchini e di Sant’Onofrio. Nel 1808, per ordine di Gioacchino Murat, furono tutti e quattro riuniti sotto il nome di Collegio Reale di Musica, oggi chiamato Real Conservatorio di San Pietro a Majella, punta di diamante del mondo musicale.
Ammesso, quindi, al conservatorio con o senza le pressioni del marchese Odierna, protettore del giovane galatinese, iniziò a seguire le lezioni di due pugliesi: Nicola Fago (Taranto, 1676 – Napoli, 1745) e Leonardo Leo (di San Vito degli Schiavi, oggi dei Normanni, 1694 – Napoli, 1744) che lo istruirono nel contrappunto e nell’armonia per addestrarlo nell’arte di suonare a quattro parti, la quale da pochi fra tanti, che han nome di maestri, al dì d’oggi è posseduta.
Pasquale rimase in quel conservatorio dodici anni, anche dopo la scadenza del suo contratto per migliorarsi nella scienza armonica. Il 37enne compositore, dopo un decennio di studio immane, ritornò dal suo amico marchese e pubblicò l’oratorio Il figliol prodigo (1745), su libretto del gesuita Giovanni Battista De Benedictis, di carattere prettamente liturgico. Esordiva due anni dopo, come compositore, con l’oratorio L’invenzione della croce. Nel 1751, l’impresario Giovanni Tufarelli (omonimo del notaio) doveva scegliere, per quattro opere da rappresentare al Teatro S. Carlo, i musicisti tra i migliori allievi dei Conservatori di Napoli. I quattro giovani furono: Girolamo Abos da Malta, con l’opera Tito Manlio; Tommaso Traetta da Bitonto, con Il Farnace; il napoletano Nicola Conti che presentò Attalo e il nostro Pasquale che propose Ipermestra. L’opera di Traetta ebbe un successo tiepido, mentre, il melodramma di Pasquale, messo in scena il 18 dicembre, ebbe un trionfo pieno ed incontrastato. Anche come docente fu all’altezza necessaria per affermarsi. Dalla sua scuola uscirono ottimi contrappuntisti come Giacomo Tritto, Francesco Bianchi, Angelo Tarchi ed altri valenti compositori. A quarant’anni si era anche fatto apprezzare come compositore di opere serie. Dal 1747 al 1775 scrisse 17 composizioni, tra opere, oratori e cantate.
Il 20 gennaio del 1756, sempre al Real Teatro, fu rappresentato il suo secondo melodramma La disfatta di Dario, su libretto di Carlo Morbilli, duca di Sant’Angelo, un nobile con aspirazioni letterarie, che ricevette una lusinghiera accoglienza, grazie all’interpretazione di famosi cantanti dell’epoca. Lo spettacolo richiese un allestimento sfarzoso ed accurato tanto che l’anno dopo venne rappresentato L’incendio di Troia, sempre con gli stessi cantanti e con libretto del Morbilli, ma fu un solenne fiasco. L’impresario, per soddisfare il pubblico desiderio, senza arrecare danno al buon nome del Maestro, rimise nuovamente in scena la famosa Disfatta di Dario, rappresentata anche al Teatro della Pergola di Firenze.
Dopo questi successi, oltre ai i nobili napoletani, tedeschi e inglesi fecero a gara per averlo come insegnante di canto e di composizione. La sua fama cresceva di giorno in giorno tanto che nel 1759 fu chiamato per l’insegnamento di composizione nello stesso conservatorio che lo aveva avuto studente. Lo stesso anno Girolamo Abos (compositore maltese di melodrammi), secondo maestro di Cappella del Conservatorio, rinunciò all’incarico, cosicché i Governatori dell’istituto si riunirono in sessione plenaria l’11 luglio per scegliere il successore. Poiché nel Signor Pasquale Cafaro…concorreva somma perizia nell’arte della Musica, bontà di costumi, e carità nell’insegnarla alli figlioli del Regio Conservatorio lo nominarono, con lo stipendio mensile di cinque ducati, carica mantenuta sino al 1781, successore dell’Abos. Quindi egli fu successore di Abos e non di Leo, (deceduto nel frattempo) come molti sostengono. Pasquale iniziò una brillante carriera al fianco di Lorenzo Fago, grande esperto di arte polifonica. Nel 1761 ripresentò, con un compenso di 260 ducati, il dramma del suo debutto, Ipermestra, in parte rimusicata. La Giunta del San Carlo, dovendo portare in scena l’Andromeda, opera prima del fiorentino Antonio Sacchini, chiese al Cafaro di assistere alle prove per giudicare il carente organico dell’orchestra. Il buon Cafaro esperto compositore e uomo di teatro, il 20 gennaio 1763 fu chiamato a dirigere Il trionfo di Clelia e Issipile di Adolfo Hasse, e successivamente Armida e Didone di Traetta. Nel luglio del 1765 il Duca di York, giunse a Napoli e l’impresario del San Carlo incaricò il Cafaro di comporre una nuova opera per l’occasione. Nacque così Isacco su testo del Metastasio e due mesi dopo la Giunta del Teatro stipulò un contratto con il nostro per la stagione operistica. Il 20 gennaio 1766 andò in scena Arianna e Teseo, ossia il Minotauro, melodramma in tre atti su libretto del poeta della corte di Vienna, Pietro Pariati. Il successo forse fu dovuto, più che alla musica, alle imponenti scenografie.
La sua fama varcò i confini del regno e il Cafaro dovette chiedere una licenza dal Conservatorio per recarsi a Torino, dove compose per il Regio Teatro il Creso, opera seria in tre atti su libretto di Giovanni Pizzi, rappresentata nel gennaio 1768. Per tutti il maestro napoletano, e non galatinese, riscosse un caloroso successo, tanto che i torinesi avrebbero voluto trattenerlo se gli impegni al Conservatorio non lo avessero costretto a rientrare nella sua Napoli. L’alto livello artistico e la fama di esperto compositore più quotato del momento gli aprirono le porte, nel 1768, del Palazzo Reale. Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, sedicenne sposa di Ferdinando IV, aveva tra le sue doti quella per le discipline musicali e, pertanto, il Re lo nominò, oltre che Maestro Soprannumerario della Real Cappella Borbonica, con 20 ducati mensili e non annui, maestro della Regina di suono (cembalo) e canto. Allieva che, per nulla appesantita dalla diciotto gravidanze, seguì sempre con impegno le lezioni del maestro galatinese. Intelligente e autoritaria la figlia di Maria Teresa d’Austria apprezzava e stimava il maestro per la sua correttezza e per la bontà d’animo. Il Cafaro le dedicò lo Stabat Mater a quattro voci, in canone doppio, è famoso per la musica sublime, magnifica e allo stesso tempo patetica ebbe talmente successo, secondo i contemporanei, da sostenere il confronto con il capolavoro del Pergolesi e in cui venne ammirata la valentia del Cafaro per aver rispettato – come scrive il Florimo – la ritualità che conviene ad un sacro componimento e la vera e sentita espressione delle parole. Lo Stabet Mater, per coro e archi, è stato eseguito in prima assoluta dal Gruppo Madrigalistico Salentino nel 1989 nella basilica di S. Caterina in Galatina, la cui trascrizione in notazione moderna fu effettuata dal Re.mo Maestro Padre Igino Ettorre (o.f.m.).
I tanti impegni di Pasquale (era divenuto già un affermato compositore di melodrammi) andarono a discapito degli allievi del conservatorio della Pietà dei Turchini. Egli dovette seguire la Regina nei suoi spostamenti a Portici, a Caserta, a Persano e nelle altre residenze reali, in cui si trasferiva sua Maestà, distogliendolo dalle lezioni di insegnante al conservatorio, assunse a sue spese uno dei suoi migliori allievi, quel Gian Giacomo Tritto, di Altamura. I Governatori del Pio Loco, il 29 luglio del 1770 licenziarono il nostro Maestro, pur sapendo che una lezione di Cafaro valeva dieci di uno qualunque. Pasquale vistosi così elegantemente licenziato presentò una supplica al Re in cui chiedeva darsi gli ordini convenienti per farseli giustizia… il governatore della Pietà dei Turchini e i delegati risposero con un lungo memoriale e dopo aver elogiato il maestro galatinese, contestarono piuttosto acidamente le lamentele del nostro. Il Cafaro aveva lasciato come sostituto non un maestro ma un figliolo, cioè uno che è in condizioni di apprendere e non di insegnare. Non essendoci documenti d’archivio si presume che il Re definì personalmente la querelle. Il Tritto prestò servizio sino al 1785, anno in cui fu nominato maestro di Cappella alla morte del Paisiello. Grazie, quindi, alla protezione del Re, Pasquale mantenne il posto di maestro del più famoso conservatorio napoletano fino alla morte.
In quegli anni, ogni 12 gennaio, in occasione del compleanno di Sua Maestà Ferdinando IV, furono eseguite al S. Carlo numerose Cantate a tre o quattro voci e per queste composizioni ricevette dei compensi notevoli, se confrontati con i suoi stipendi di Maestro. Tra gli interpreti delle Cantate vi era quel Gaetano Majorano (Caffariello), il soprano beniamino del pubblico sancarliano, che si distinse per la sua consueta bravura. Le stesse Cantate vennero riproposte in tutte le liete ricorrenze della famiglia reale (1766-1769-1770).
Siamo al 12 gennaio del 1769, quando al San Carlo fu rappresentata l’Olimpiade, l’opera più importante di Pasquale che esprime ormai la matura personalità del nostro compositore, su libretto di Pietro Metastasio. Il successo fu tanto e tale che venne replicata per ben tre volte nella Reggia di Caserta, alla presenza dei Reali, e riproposta poi nell’inverno. Qualche mese dopo, l’imperatore Giuseppe II, durante una visita nella capitale, sentì cantare la sorella M. Carolina e volle conoscere il suo maestro. Con lui tenne discorso sopra vari punti della scienza armonica ed il nostro gli rispose con erudizione e dottrina. L’imperatore disse alla sorella che doveva essere ben contenta di avere a maestro un uomo così degno ed istruito.
L’anno dopo, il 13 agosto, il Maestro curò l’allestimento dell’opera seria Antigono, del Metastasio, per onorare i diciotto anni della regale alunna. Nel dicembre del 1771, alla morte di Gian Francesco De Majo e grazie alla stima della regina, Pasquale fu nominato, senza concorso, Primo Maestro della Real Cappella di Napoli, posto che sarebbe dovuto essere del Secondo Maestro, il modesto Marchitti.
È da ricordare che il nostro Pasquale fu uno dei più dotti armonisti del secolo XVIII° e uno dei primi a dare forme eleganti alle Arie cantabili. La sua famosa Aria Luci belle che accendete servì da modello a tutti i compositori dell’epoca. Un suo allievo, poi membro del Conservatorio di Parigi, Langlè, ebbe a dire che tale Aria ebbe un grande successo che il tema fu riprodotto sui vasi di porcellana della real fabbrica, che allora era attiva a Capodimonte.
Nei suoi ultimi anni di vita, nonostante si disinteressasse del teatro, fu incaricato, in sostituzione di Johann Christian Bach, dalla Giunta dei Teatri di Napoli, nel 1774, di presiedere ai concerti per le piazze degli strumenti addetti all’orchestra del Regio Teatro San Carlo, il Re, approvò la proposta non avendo trovato persona più esperta ed onorata di lui, lo nominò, quindi, soprintendente del teatro, lo stesso sovrano prima di decidere chiedeva sempre il parere dell’anziano maestro. Il suo compito fu quello di riferire, quindi, sulla formazione dell’orchestra del Teatro S. Carlo, in cui si erano creati dei Vuoti, chi nel concorso siesi mostrato più virtuoso. Conservò l’incarico sino alla morte tanto che l’ultima consulta porta la sua firma il 25 settembre 1786, un anno prima della morte. Gli successe Giovanni Paisiello, unico ritenuto degno successore del maestro galatinese.
Nel giugno del 1775, in occasione della nascita di S.A.R. il Duca di Calabria, Carlo Tito, Principe ereditario di Napoli, scrive la sua ultima composizione, Il Natale di Apollo.
Il suo desiderio era quello di rimanere nel ricordo dei posteri come compositore di musica sacra, la cui umiltà lo spinse a rispondere a Padre Giovan Battista Martini, (frate francescano compositore di musica sacra) che gli chiedeva un suo ritratto per collocarlo, nel Liceo musicale di Bologna, tra gli insigni maestri, con una lettera datata 22 giugno 1779: “Di quel che Vostra Paternità Illustrissima e Reverendissima mi comanda riguardo al mio ritratto io per dirLe del vero mi arrossisco di stare tra questi ritratti di tanti valentuomini… ma non ho potuto fare a meno di non ubbidirla. Perlochè ho dato subito il recapito per darlo affare, e terminato che sarà si spedirà a Bologna”.
Il buon Pasquale si fece dipingere nell’atto di comporre un Gloria Patri scritto a Canone Infinito. Oggi quel quadro è nel Civico Museo Bibliografico Musicale di Bologna. Per quarantatré anni, egli diresse, fino alla morte, nella chiesa di San Pietro a Majella, le celebrazioni in onore di Sant’Oronzo, santo patrono della colonia leccese che viveva a Napoli.
Il pio Maestro si spegneva a Napoli il 23 (o 25) ottobre (settembre per altri) 1787, celibe all’età di 79 anni, nella sua casa del Rione di Santa Maria di Ognibene, dove si era ritirato per poter comporre le musiche per la festa di S. Brigida, per una cancrena che gli si formò in pochi giorni da ostinata incuria, contro cui furono inutili i rimedi dell’arte salutare…
Altri invece lo vogliono morto di attacco apoplettico dietro un rimprovero della sua regale alunna Maria Carolina, per un anello di gran valore smarrito, che poi venne riportato fuori da un bacile della di lei toletta…
Il nostro umile e modesto concittadino di grandi virtù morali fu sepolto, dopo le solenni onoranze funebri, a cui parteciparono tutti i più grandi musicisti napoletani, nella Chiesa di Santa Maria di Montesanto, fuori porta Medina, in Napoli, nella terza Cappella di sinistra, presso l’altare dedicato a Santa Cecilia, alla cui erezione aveva contribuito economicamente, accanto alla tomba del grande Alessandro Scarlatti, detto il Palermitano. Nella cappella, dedicata alla patrona dei musicisti, avevano l’onore di essere seppelliti solo i più illustri e veramente pii artisti.
L’iscrizione conferma che il Cafaro aveva curato i restauri della Cappella:
Divaeque Caeciliae tutelari suae
Diu dicatum altare sacellumque
Musicorum chorus aedis regi palati
Sibi proprium
Auctore Paschale Cafaro
Regiarum majestatus magistro
Etprimo elusdem aedis chorago
Aere collato exornaruni
Anno MDCCLXXXVII
Curantibus
Pietro Antonacci Hieronimo De Donato
Et Ioacchino Sabbatin
annuis praefeetis
Ai solenni funerali, celebrati il giorno dopo, furono eseguite le sue opere e brani liturgici scritti per l’occasione dagli alunni di quel Conservatorio, in cui era stato alunno e docente.
Tutte le sue composizioni profane e teatrali furono lasciate al suo amico Don Nicola Bosco, mentre alla Real Cappella le composizioni sacre; egli è rimasto nel cuore dei napoletani e di tanti che lo conobbero e lo apprezzarono; i suoi augusti sovrani fecero eseguire, le sue composizioni in suo ricordo, per molti anni dopo la sua morte e finché la sua figura non fu dimenticata con l’avvento di nuovi musicisti. Degno successore del maestro galatinese, con il compito di sovrintendere all’Orchestra del San Carlo, fu Giovanni Paisiello.
Galatina in suo onore e ricordo, ha intitolato una breve strada adiacente la chiesa dei domenicani ma di contro una rivalutazione del suo lavoro è stata fatta dal concittadino, Luigi Adolfo Galluccio, in arte Galladol, valente compositore e direttore d’orchestra, all’indomani della seconda guerra mondiale, anch’egli studente di giurisprudenza a Napoli ed allievo del conservatorio di San Pietro a Majella. Il 4 gennaio del 1925 Galladol diresse il solfeggio di P. Cafaro, da esso stesso trascritto per orchestra di archi. Tanti spartiti del Cafaro sono conservati nella sua casa di Vico del Carmine, gelosamente custoditi dagli eredi.
Il professore Bruno Massaro ha intitolato a lui il suo centro musicale e l’allora sindaco Beniamino de Maria, convinto del valore educativo della musica, lo volle ricordare con un concorso nazionale per giovani pianisti.
La sua grande personalità, inserita nella migliore tradizione della scuola napoletana, è in attesa, quindi, di essere rivalutata perché egli fu persona dignitosa e certamente non priva d’estro e unicamente un valente compositore sacro della Scuola Napoletana del ‘700.
La sua copiosa produzione composta da musica teatrale, religiosa, oratori è conservata presso la biblioteca del Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, nei conservatori di Parigi, Milano, Bruxelles e al British Museum di Londra. Le sue litanie sono state trascritte ed eseguite, questo unicum, è depositato presso l’archivio della Cappella Musicale della Primiziale di Pisa e pubblicate nel volume compositori pugliesi.
Rosanna Verter